Dalla cava alla natura: un approccio innovativo per il recupero delle cave dismesse

Come migliorare il recupero ambientale delle aree di cava? Per rispondere a questa domanda, il gruppo formato dal dottor Rodolfo Gentili e dalla professoressa Sandra Citterio, docenti all’Università di Milano-Bicocca, ha proposto il progetto “From time to time, from quarry to nature – Di tempo in tempo, dalla cava alla natura” risultato vincitore di un premio internazionale. Per approfondire il discorso abbiamo intervistato il dottor Gentili, coordinatore del progetto premiato che è stato condotto in modo interdisciplinare e in collaborazione con un pedologo, Enrico Casati, un botanico, Andrea Ferrario, e un entomologo, Alessandro Monti.
Dottore, come avviene il recupero ambientale di una cava?
Secondo la normativa vigente, spetta al titolare dell’autorizzazione dell’attività estrattiva attuare il recupero ambientale dei siti di cava giunti al termine del proprio ciclo produttivo, per far fronte agli impatti generati sull’ambiente dallo sfruttamento economico di questi stessi siti. Una ditta specializzata in ripristini viene incaricata della risistemazione dei versanti, che vengono riempiti con detriti e materiale di scarto derivante dall’attività estrattiva, in genere di scarsa qualità, e del rinverdimento. Il rinverdimento viene effettuato utilizzando sementi commerciali, che essendo prodotte in regioni lontane dal sito da recuperare – spesso in Nord Europa o Nord America – hanno una scarsa capacità di adattamento ai nostri ambienti e quindi di germinazione, attecchimento nel tempo e copertura vegetale. Inoltre, le sementi commerciali sono composte da mix di poche specie e quindi deprimono i livelli di biodiversità nell’ambiente.
Potrebbe spiegare in sintesi il progetto per il recupero ambientale “From time to time, from quarry to nature – Di tempo in tempo, dalla cava alla natura”?
Nel 2017 il concorso internazionale “Quarry Life Award” è stato lanciato dalla multinazionale Heidelberg-Cement con l’intento di promuovere nuove idee sui progetti di recupero ambientale delle aree di cava. Il nostro progetto, risultato vincitore della competizione internazionale – call “Habitat&Species” – è stato attuato presso la cava di Italcementi a Colle Pedrino (Bergamo) e si è svolto in due fasi. Nella prima fase è stata valutata la qualità dei ripristini già effettuati in differenti steps temporali, utilizzando sementi commerciali. La seconda ha invece previsto applicazioni per l’impiego di “fiorume” al posto di sementi commerciali per il recupero delle cave: per i non addetti ai lavori, il “fiorume” è una tecnica che impiega il materiale sfalciato a maturità da prati permanenti naturali o semi-naturali, nelle aree adiacenti ai siti da recuperare.
Come si è svolto il lavoro di ricerca e sul campo?
Al fine di valutare le migliori condizioni per il recupero, sono stati effettuati rilevamenti in campo di tipo pedologico, floristico-vegetazionale ed entomologico, in aree selezionate (plot) interne ed esterne alla cava. Abbiamo quindi elaborato una serie di indicatori di qualità per valutare i ripristini già effettuati in passato dal titolare della cava: suolo, qualità del riempimento, livelli di copertura della vegetazione, specie spontanee che hanno ricolonizzato, biodiversità vegetale, biodiversità in lepidotteri. In seguito abbiamo svolto indagini sui prati naturali che circondano la cava per verificare la loro idoneità ad essere utilizzati come donatori di fiorume.
Perché l’approccio che utilizza “fiorume” potrebbe essere più efficace di quelli oggi maggiormente diffusi?
Il “fiorume”, essendo raccolto in situ ha maggiori capacità di adattamento all’ambiente nel momento in cui viene utilizzato come semente e quindi di germinazione ed attecchimento. Inoltre, essendo raccolto da ambienti di elevata qualità è ricchissimo in specie e pertanto favorisce notevolmente il recupero della biodiversità vegetale, delle funzioni di habitat e anche della biodiversità animale.
Quali ricadute ci sarebbero dal punto di vista del mondo produttivo?
La nostra metodologia potrebbe avere diverse ricadute per il mondo produttivo. Per le aziende titolari delle cave, le metodologie che impiegano sementi commerciali non sempre raggiungono i risultati sperati in quanto, come già accennato, la copertura vegetale e la biodiversità risultano spesso scarse. Il nostro metodo, se applicato, garantirebbe migliori risultati in modo sostenibile e con un grande ritorno di immagine per l’azienda. La maggior copertura vegetale attuata dal “fiorume” garantirebbe minori rischi di erosione del suolo e franosità superficiale che richiedono attenzione e successive spese per interventi di restauro. Inoltre, l’approccio promosso dal nostro progetto può incoraggiare l’economia agricola delle aree collinari-montane favorendo la creazione di una filiera del “fiorume” autoctono da utilizzare nei ripristini ambientali, ad esempio per cave dismesse, bordi stradali e rinverdimenti.
E possiamo anche ipotizzare impatti positivi per la collettività?
Certamente: effettuare un miglior ripristino di cava significa garantire migliori funzioni ecosistemiche delle aree restituite alla collettività e che sono un patrimonio di tutti: paesaggio, conservazione e stabilità del suolo, maggior effetto greening, maggiore biodiversità (esempi: fioriture ed entomofauna) ed attività ludico-ricreative come cicloturismo e picnic, in un ambiente di maggior pregio.
 

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