teatro Ariston di Sanremo

Atene - Sanremo. Da 3000 anni, nei festival la società prende coscienza di sé

Come ogni anno, a febbraio il Festival di Sanremo è preceduto da attesa e polemiche. Si contrappongono le opinioni degli entusiasti, dei critici e dei “disinteressati”. Un fenomeno sociale e culturale che a volte risulta più interessante della manifestazione stessa. Abbiamo chiesto a riguardo l’opinione di Paolo Zenoni, docente di Discipline dello Spettacolo presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale e di Storia del Teatro presso il Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate dell'Accademia di Belle Arti di Brera.

Lei segue in televisione il Festival di Sanremo? E, in caso affermativo, lo fa come molti senza dichiararlo?

Lo seguo ammettendolo, come ammetto di mangiare le lenticchie a Capodanno e l'agnello a Pasqua. Ovviamente non tutte le sere per una settimana e non sorbendomi presentazioni diurne, diretta e dopo-festival. Devo dire che le canzoni, almeno per me, sono un fatto marginale: mi interessa, per motivi di studio e aggiornamento, la kermesse popolare che accompagna la gara.

La interessa come sociologo?

Non direi: non sono un sociologo ma uno storico dello spettacolo e della festa. Sanremo è una festa televisiva della contemporaneità che ha radici lontanissime: al centro della festa dionisiaca (grande evento celebrato una volta all'anno ad Atene nell'ultimo millennio prima di Cristo) si teneva l'agone drammatico, il concorso poetico tra i tragici, nientemeno che Eschilo, Sofocle, Euripide, ecc. Esistono sorprendenti parallelismi tra quanto avviene oggi a Sanremo e quanto avveniva allora, alla fine di marzo, in prossimità dell'altare di Dioniso!

Quali sono?

Lungo spiegarli tutti, ma dal divismo al marketing spettacolare, dagli aspetti turistici ai rapporti con la politica, dal coinvolgimento di tutta la comunità al funzionamento delle giurie per finire agli aspetti economici (per citare i fatti più evidenti) la festa, questo strumento attraverso il quale una comunità esprime allegoricamente la propria visione del mondo, non ha mutato né i propri linguaggi né le proprie funzioni.

Quindi il Festival di Sanremo come festa contemporanea?

Certo. La festa di una collettività allargata, nazionale, non più solo familiare o cittadina. Partiamo dal presupposto che la festa è un tempo nel quale individui, legati da diversissimi e sempre più complessi elementi comuni, si riuniscono, astenendosi dal lavoro, per celebrarsi e auto-riconoscersi. La festa è ancora la pratica che presenta le più spontanee e forti capacità di autoconvocazione di una collettività.

Le canzoni, la musica sono allora fatti marginali?

Non bisogna esagerare! Sarebbe come dire che nel VI e V secolo a.C. ad Atene non contavano l'“Orestea” o “Medea” o “Edipo Re”! Certo, ogni società esprime quello che può e che comprende. Eschilo parlava agli ateniesi di loro stessi e della loro storia ed è, mutatis mutandis, quello che fa oggi Mogol con i suoi contemporanei.

Oggi i giudizi musicali del pubblico rischiano di essere influenzati dall'industria dell'intrattenimento. Forse allora non era così.

Era così anche allora! Non c'era l'industria ma c'era la politica, l'Arconte! Era lui che decideva quali tragedie potevano partecipare all'agone drammatico sulla base delle loro potenzialità didattiche e morali. Era la politica che decideva cosa faceva bene agli ateniesi e cosa no, ma con un vantaggio rispetto alla contemporaneità: l'interesse era la formazione sociale e non il lucro privato! Non c'era la scuola pubblica e “Orestea” piuttosto che “Antigone” avevano la funzione di un intero corso di studi storici e sociali. L'Arconte si prendeva la responsabilità di scegliere, affrontandone tutte le conseguenze. Oggi la politica, in ambito culturale e di spettacolo, non lo fa e lascia il compito all'interesse privato. Inoltre, oggi come allora, c'è la componente del “tifo” che si sovrappone al giudizio critico: lo si ritrova a Sanremo ma anche nello sport, al Palio di Siena e ovunque si affacci il concetto di “gara” che è connaturato alla pratica della festa.

In quello che dice pare affiorare una sorta di “nostalgia del tempo andato”.

Nostalgia e malinconia fanno parte delle fasi mature delle società, basti pensare all'uomo rinascimentale. Sanremo, inteso come festa, mi ha fornito opportunità diverse in epoche diverse della mia vita: discutere da adolescente con i  miei genitori e da padre con mio figlio, non di canzonette ma di società e problemi culturali, di modi di comportarsi, di vestirsi e di parlare. Opportunità che non avrei avuto se non ci fosse stata questa festa/festival. Il tempo della festa resta una delle ultime opportunità di coltivare rapporti intergenerazionali e interclassisti nelle famiglie e  nella società: credo valga la pena operare per la sua sopravvivenza.

Ma come si fa a vincere un Festival di Sanremo?

Emanuele Ferrari, docente e pianista, analizza Ocidentali's Karma di Francesco Gabbani (vincitore 2017) per la rubrica #CapireLaMusica.



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