stephen hawking cambridge 2014

Addio a Stephen Hawking, uomo e scienziato fuori dal comune

La mattina del 14 marzo ci siamo svegliati con la notizia della scomparsa di Stephen Hawking. In molti hanno manifestato cordoglio e parole piene di ammirazione sincera per la perdita di una delle menti più brillanti del nostro tempo ma in pochi probabilmente possono dire di aver letto e apprezzato qualche sua opera.

Tra questi c'è sicuramente Stefano Moriggi, ricercatore e docente di Milano-Bicocca, che su Facebook ha così commentato:

è stato un autentico piacere della ragione calarsi, non senza fatica, nella spirale argomentativa delle "Quattro lezioni sullo spazio e sul tempo" (che ho avuto l'onore di curare per i "Classici del Pensiero", RCS). Un confronto serrato che oggi vede venir meno uno dei suoi protagonisti; una disputa cosmologica carica di quella filosofia che si può trovare solo, come avrebbe detto Ludovico Geymonat, "nelle pieghe della scienza"...

Abbiamo dunque contattato Stefano per chiedergli quale parere si sia fatto riguardo allo scienziato ma anche al filosofo e al personaggio Stephen Hawking
 
Curare le "Quattro lezioni sullo spazio e sul tempo" ti ha dato modo di familiarizzare con la mente di Hawking. Quali sono gli aspetti più interessanti del suo “modo” di fare scienza?
Affrontare le Quattro lezioni anzitutto ha rappresentato per me l’opportunità di calarsi nelle pieghe di uno dei dibattiti più affascinanti della scienza contemporanea. E non senza una certa fatica! Dopotutto, era lo stesso Hawking che quasi scoraggiava il lettore all’inizio della “Prima lezione”. E lo faceva con quell’irriverenza tipica del suo modo di essere uomo e scienziato: “Dovrei subito sottolineare – precisava, infatti, l’erede della cattedra di Newton – che saranno lezioni tecniche; daremo quindi per scontata una conoscenza di base della teoria della relatività e della teoria quantistica”. Non esattamente un invito alla lettura. Eppure, Hawking tra gli scienziati contemporanei è stato senza dubbio uno di quelli che più hanno creduto nell’importanza della divulgazione del sapere scientifico. Una contraddizione in termini, in apparenza. Che invece, a mio modo di vedere, si scioglie focalizzandosi sul suo costante impegno nel trovare uno stile di comunicazione della scienza che, per quanto accessibile, non banalizzasse mai i contenuti. E che, analogamente, non nascondesse le difficoltà e la fatica (anche fisica) che la ricerca porta con sé. Da questo punto di vista, è stato esemplare. Un uomo di scienza capace di "provocare" l’interesse altrui.
 
Al di là delle brillanti intuizioni in campo astrofisico, quindi, quale eredità ci lascia Hawking?
Direi, appunto, la provocazione. Pensando, per esempio, alla mia categoria, mi vengono in mente le feroci battute che Hawking riservava alle "chiacchiere" di certa filosofia e di certi filosofi. Molti amici e colleghi fingevano di farsele scivolare addosso come l’ingiustificata superbia di un rude positivista. Personalmente, invece, le ho sempre accolte come una critica – irriverente ma costruttiva – a quelle tradizioni o scuole filosofiche che non hanno mai voluto (o saputo) fare davvero i conti con l’impresa tecnico-scientifica. Da questo punto di vista, ho sempre assunto le provocazioni di Hawking come un utile antidoto contro il rischio di autoreferenzialità della pratica filosofica e come un invito – una pro-vocazione, appunto – a riflettere e a lavorare sulle grandi questioni filosofiche di cui è intrisa l’impresa tecnico-scientifica. 
 
Rita Levi Montalcini dichiarò: “Il corpo non importa, ciò che conta è la mente”. La vicenda di Hawking sembrerebbe andare nella stessa direzione. Quali insegnamenti possiamo trarre da tutto ciò?
Le parole di Montalcini riecheggiano anche nelle considerazioni con cui sir Roger Penrose ha voluto ricordare l’amico sulla stampa britannica. "Mind over matter", notava sinteticamente il platonico di Oxford – riconoscendo al collega non solo la rilevanza delle sue intuizioni e dei suoi risultati scientifici, ma anche la passione e la tenacia che gli hanno di consentito di lottare coraggiosamente contro i limiti e i vincoli di una grave patologia contratta in gioventù.
Credo tuttavia che la vicenda umana e professionale di Hawking dovrebbe anche farci riflettere sulla necessità politica, prima ancora che etica, di mettere ciascuno nelle migliori condizioni per poter dare il suo contributo alla società. Un contributo comunque fondamentale anche se non espresso in eleganti e sofisticati caratteri matematici. In questo senso la parabola esistenziale di Stephen Hawking potrebbe anche essere letta come la sua più forte provocazione contro gli insensati e dannosi pietismi troppo spesso riservati a chi, invece di una inutile consolazione, vorrebbe piuttosto una concreta opportunità per realizzarsi al di là (e nonostante) il propri "limiti". 


Foto: wikipedia

Condividi questo articolo su:

Ti è piaciuto l'articolo?

Iscriviti gratuitamente alla newsletter Bnews per rimanere aggiornato su tutte le ultime news dal Campus.

Iscriviti adesso!